come si trasforma una storia da 7087 caratteri in una da 30000?

si accettano suggerimenti su come e dove ampliare…niente roba splutter;(
che già questo tema inquietante mi ha messa in croce…

L’aria è fredda. Di quel freddo denso che già profuma d’inverno. La sera è calata ed io, come sarebbe consono alle brave ragazze, a quest’ora dovrei essere a casa.
Pungo l’asfalto coi miei tacchi aguzzi da almeno due ore, i miei pensieri sono diventati tanto ingombranti da rendermi difficoltoso persino respirare aria fresca a novembre.
Cammino nel tentativo di farli fluire in un corso più logico. Vano tentativo.
La mia immagine si specchia in una lucida vetrina, mi soffermo e poso il mio sguardo non sui cosmetici reclamati ma sul mio viso che appare evanescente.
Pallida, pallida e stanca. Non ho mai avuto occhiaie tanto profonde.
Dalla mia pelle vetrina traspare persino il leggero sentiero verde bluastro delle vene. Decisamente non ho un bell’aspetto ma tirando un po’ su la sciarpa posso mascherarlo. Anche se, in fin dei conti, non mi interessa.
Continuo a camminare e, alzando gli occhi arrossati, vedo il ponte.
Mi avvicino, sfilo la mia mano dal guanto e la faccio scorrere sulla gelida e ferrosa ringhiera. Le luci dei lampioni e delle vetrine scintillano malinconiche, riflesse in quest’acqua nera più del petrolio.
Mi siedo sulla solita panchina e quel languore che mi consuma prende forma e diventa un ricordo.
Rivedo me nella mia primavera, coi capelli dorati mossi dal vento, rivedo lui, bello come il sole, il mio sole, regalarmi sorrisi radiosi e dolci parole. Rivedo questo ponte in un tiepido pomeriggio d’aprile ed un piccolo brivido si posa ancora sulle mie labbra.
Il cuore sembra stringersi a sé ma non posso smettere di ricordare. Ricordo le sue braccia stringermi forte in quel giorno triste, ricordo il suo sguardo gioioso, il suo incontenibile amore, ricordo ancora i momenti speciali ma a commuovermi sono gli schizzi di quotidiano passato.
Come le mattine a letto, con la camera piena di sole e profumo di caffè o prima di cena, quando si svuotava le tasche sul tavolino dell’ingresso e poi veniva da me a raccontare il meritevole della giornata.
Ho ancora voglia di lui. Non passa giorno in cui non mi manchi l’odore buono della sua pelle od il brillio dei suoi occhi scuri. Ho ancora voglia di lui ed anche solo ammetterlo graffia.
Rimetto la mia mano nel guanto e sento l’aria frizzarmi fredda nei polmoni. Cammino ancora, spinta dalle onde di questi nostalgici ricordi. Vedo la cabina telefonica all’angolo della strada, da quanto tempo non telefono da una cabina penso, da quanto tempo non sento la sua voce penso ancora, e prima di rendermene conto avevo già composto il suo numero.
Ogni squillo rende più stretto il mio nodo alla gola, dovrei riagganciare, non saprei che dire, non s…
-“Pronto”- la sua voce come un colpo ben assestato alla bocca dello stomaco. Quasi mi toglie il respiro.
-“sono io…”-
-“Giada, quanto tempo…come stai? ”-
-“sei solo?”-
-“come sempre a quest’ora…”-
-“davvero?”- bugiardo, perché non sei sincero con me, mi chiedo. L’ho vista salire centinaia di volte, l’ho vista coi miei occhi mentre nell’armadio c’erano ancora i miei vestiti, mentre in cucina c’era ancora la mia tazza rossa. Non sei sempre solo a quest’ora. Perché ti ostini tanto a mentirmi…
-“certo, ci sono io soltanto, chi altro dovrebbe esserci?”-
-“e il gatto? Stregatto dov’è?”-
-“ è scappato due settimane fa…scusami, non te lo avevo detto…”-
-“ah…che dispiacere.”-
-“ sai stavo cercando il modo…è molto che non parliamo…non sapevo come…ma cosa volevi? Perché hai chiamato?”-
-“ sono nelle vicinanze, va bene se passo a salutarti?”-
-“Giada…”-
-“ come una vecchia amica, nulla di più…”-
– “ ti aspetto allora…”-
-“a tra poco…”-

Il cuore mi batte ancora forte, sembra stia per esplodermi fuori dal petto. Questo però non deve vedersi, io devo sembrare indifferente. Cristo santo! Un po’ d’amor proprio l’avrò pur conservato in qualche angolo del mio spirito…e mentre mi ricompongo, mi accorgo di sapere già cosa fare, improvvisamente ma forse nemmeno in modo così inaspettato, già so come tutto finirà.
Affretto il passo, tengo una mano nella borsa e gioco con quella piccola lastra metallica. È così fine…
Vedendo il portone, d’istinto cerco le chiavi. Chiavi che non ho. Che non ho più. Anche suonare il campanello sembra un gesto inconsueto. Mi apre ed io salgo attenta i gradini. Sto per arrivare al secondo piano, vedo la luce filtrata dalla porta socchiusa, un passo indietro, che sto facendo, non è questo il posto per me…
-“Giada!”-
perché l’hai fatto? Non dovevi pronunciare il mio nome, non dovevi ricordartelo ancora…non dovevi mostrarmi che non so resisterti…
-“sono qui.”-
Mi invita ad entrare, le parole sono poche, il silenzio è denso, corposo, tangibile. Io sono così tranquilla. Giro lenta per il salotto, faccio scorrere la mano sulle mura, sulla libreria, sulle cose come quasi per salutarle, la pelle del guanto scivola meno facilmente, mi lascia posare un po’ di più il mio tocco. È quasi tutto come prima, c’è qualche dvd in più, qualche libro in meno ma il resto è al solito posto. Forse devo andarmene, lui mi lascia fare, il suo sguardo è curioso e comprensivo, non è questo che voglio. Devo andare via. Mi volto verso di lui e mentre sto per salutarlo vedo una morbida sciarpa rosa. Un indiscutibile segno di lei. E d’improvviso saltano all’occhio milleuno dettagli della sua presenza. Sullo scaffale, sul tavolino, accanto alla porta…
La pietà non acquieta gli animi.
Mi faccio dolce, inerme, tenera.
-“sai che strada ho fatto per venire qui?”-
-“il viale?”-
-“no, sono passata dal ponte..”-
-“oh, il ponte…”- riesco a strappargli un sorriso, insisto…
-“ ti ricordi? È lì che mi hai baciata la prima volta…”-
-“…si che mi ricordo, come potrei dimenticarlo…”-
-“è strano ma è ancora bello, in un certo senso, passare di lì…infondo non siamo stati così male insieme…eravamo innamorati, ci volevamo bene, non è così?”-
-“certo che è così, sai Giada, ho sentito la tua mancanza, non è giusto non sentirci più…io ti voglio ancora bene, voglio parlarti di nuovo, di tutto…”-
-“mi sei mancato anche tu.”-
e dopo un lungo silenzio mi chiese timidamente:
-“posso abbracciarti?”-
inutile dire che non aspettassi altro che una simile occasione.
Le sue braccia intorno a me, il suo viso sulla mia spalla, il mio sulla sua.
Con una mano gli accarezzo la schiena, con l’altra prendo tra le dita l’affilata lametta che tenevo in borsa. La poso, con gesto sinuoso, stretta tra i denti. Una stilla di sangue si scioglie nella mia bocca. È dolce.
Lo tengo a me, e rapida e decisa, striscio profonda seguendo il suo collo.
Mi stacco a fatica da quell’abbraccio umido e vermiglio. Le sue mani si aggrappano a me. È me che vuole, me e me sola. Glielo si legge negl’occhi.
Mi abbottono il cappotto, metto in tasca la sottile lametta e tiro un po’ su la sciarpa.
Esco tranquilla, i miei tacchi pungono a ritmo l’asfalto. Il cielo è di un blù così intenso che nemmeno sembra più mio. Ripasso dal ponte e questa volta, il brivido sulle mie labbra è più vero. Come sarebbe consono alle brave ragazze, a quest’ora dovrei essere a casa.

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6 thoughts on “come si trasforma una storia da 7087 caratteri in una da 30000?

  1. Dan says:

    Ed un'altra cosa: è la prima volta che succede, che assapora il gusto della vendetta, oppure è così che finisce chi la abbandona?Dai, vediamo quale spunto ti piace di più 😉

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