Questa è la tua mail.

“Devo rispondere alla mail”
E’ una frasettina che mi si accende in testa, appena spento il mac.
Ed ovviamente è tardissimo, ho passato due ore a cazzeggiare tra pigrissimi like e a sbavare dietro siti di gente che fa od è cosa vorrei fare ed essere io ma anche meglio.
Quindi penso due righe che mi paiono proprio proprio geniali e mi addormento cullandomi nell’illusione che “la scriverò domattina”.
Poi “domattina” mi sveglio male perché ho dormito un po’ storta, con le manine ripiegate e sono dolorante e svogliata, quindi è tutto un “dopo” che non arriva mai.
Poi lo sai, odio le mail.

Però la schermata grigia del blog di google mi fa sentire a casa, mi fa sentire accolta in un luogo dove sono sempre la benvenuta, mi fa sentire voluta bene, e allora ti rispondo qui, più serenamente.
Che poi ovviamente sto generando un post di quelli così sinceri che ogni apprezzamento sarebbe imbarazzante, ma lo sai, i miei post migliori sono quelli senza like, in apparenza.
Una massima che nella mia vita si può espandere in diversi settori.

Ho anche pensato che potrebbe risultare sconveniente scrivere i cazzi miei così, poi ho anche subito pensato “quando mai i cazzi di qualcuno che li racconta tranquillamente sono di comune e gossippesco interesse”, poi sono nella fase shalla della vita, motivata dall’amore per certe cose che faccio e scopro, quindi, fondamentalmente, faccio quel cazzo che mi pare senza il minimo senso d’ansia di giudizio, nemmeno del mio.

Suono, ma ho smesso.
Ho smesso un sacco di cose che mi piacevano perché non mi sentivo abbastanza brava, che poi non era vero, ma nel momento in cui devi scegliere se far fatica per qualcosa, semplicemente non ci stavo dentro. Non abbastanza.
Qualche tempo fa ho preso in mano la chitarra, dopo giorni in cui mi fissava storta, e ho suonato un pezzo di quelli forse un po’ troppo commerciali, un po’ troppo goticheggianti, un po’ troppo diverse cose per fare la fighetta indie, forse, ma chissenefotte mi piaceva e ho attaccato a strimpellarlo.
All’inizio faceva cagare.
Ma dopo un paio di giri ho cominciato a canticchiare ed è venuta fuori, e anche se non era proprio uguale all’originale, ho capito – sai quando capisci espressioni ovvie che hai sempre detto? tipo senti un click nella testa e bum, le hai capite davvero…- insomma ho capito che significhi “propria interpretazione”.
Non ho una gran voce, non so nemmeno troppe canzoni a memoria, la memoria in generale non è il mio, non questo tipo qui almeno.
Però ho sentito che quella canzone ce l’avevo, era anche mia.
E poi ti ho pensato.
Continuavo a suonare e pensavo a tutte le cose che in questo breveimmenso tempo hanno riempito lo spazio immensobreve tra di noi.
La canzone cambiava, diventava un’altra, e poi pensavo a quanto io riesca a pensare intensamente una cosa ed il suo opposto, quanto ami il punto chiaro della situazione e quanto invece lo detesti, quanto ami l’implicito e a quanto desideri la luce del sole sui gesti e a quante volte abbia cercato di arginare questo dualismo col solo risultato di una diga frantumata da una personalità disturbata, impetuosa e contorta quale la mia.

Eppure sono una ragazza semplice.

E ti prego, non ridere.

In realtà è tutto come la spirale di Fibonacci.
Sì che dopo che l’ha scoperta tutti a dire “eh, bravo, sta dentro a un trilione di cose! cioè lo vedi? è ovvio che questo quadro è bello, è in rapporto aureo!”
E sì vabbè occhèi, ma estrapolare la formula da una conchiglia mica è tanto ovvio.
Gli sarà venuto il mal di testa a guardare tutte le cose, osservare i nessi, scorgere da lontano la regola alla radice prima di estrapolarla, di coglierla…
Secondo me sì, si svegliava la mattina e prendeva due aulin a stomaco vuoto.

E quindi, mentre arpeggiavo, pensavo che è così che vivo questa parte di vita, con il mal di testa da Fibonacci. Cercando di definire entro linee certe, l’equazione di ogni cosa.
Perché ho questa fissazione di dover capire che cos’è per me ogni legame.
Ho la smania di verità costante.
Ed anche se gioco sporco, beh devo saperlo per bene.
Scorgere il limite del mio spazio d’azione, e di quello di chi mi sta di fronte.
Ed è per questo che poi faccio casino, che mi arrabbio e penso che conoscerci sia stata l’idea più malsana che mi sia mai venuta in mente!
Fondamentalmente per il principio che genera l’odio nel mondo.
Perché non capisco.

Ma forse ho capito.
Ho capito che forse non devo capire niente, che la verità è come un pruno che non riesci a togliere con le pinzette – ne so qualcosa- e quando sarà il momento farà tutto da sé…
Certo è una lunga incubazione dalla piacevolezza di un travaglio plurigemellare talvolta…
Però tanto per precipitare nell’ovvio, tutto va come deve, quindi tanto vale prendere le cose come stanno senza comprimerle a sangue in convizioni, definizioni, aspettative o regole non adatte a qualcosa di, fondamentalmente, molto spontaneo.

Wow.

L’ho detto.
Cioè l’ho pensato.
E l’ho scritto anche.

Ed ora mi sento leggera come una modella americana, di quelle che a piedi uniti, tra le cosce ci passa un cane al salto col bastone in bocca.

Ti voglio bene.
Ti voglio un bene non a forma di bene.
Ti voglio un bene a forma di ogni stranezza, di ogni episodio, di ogni puntata, di ogni canzone, di ogni colpo di matto che il nostro sceneggiatore inserisce in questa telenovela argentina dorata.

Ogni gradino che abbiamo salito, coi nostri tempi, sincopati e fuori sincrono, visti nella totalità della gradinata, ora che almeno io sono su un pianerottolo – anche tu ma sicuramente su un altro- mi sembra una prova di forza infinita. Non ho il fiatone ma non è nemmeno agile come una passeggiata in collina.

Ora ho perso il filo, ma forse ho scritto facendo contento Joyce e il suo stream of consciousness, e quindi niente in questo discorso è riconducibile al filo logico d’Arianna che per me, nella mia vita, è solo un ottimo, se non il migliore, shottino da Eby’s.

Siamo agli sgoccioli di questo flusso di parole dense di un significato immenso e poverissimo e non scriverò nessun saluto perché questa mail che avrei dovuto scriverti non parlava di addii o arrivederci, o pianti alla stazione.
Parlava di questo nostro ordinatissimo casino e basta.
Perché il riassunto delle puntate precedenti magari può sembrare noioso, ma ogni passaggio che vedi pensi “io c’ero, l’ho visto, l’ho vissuto!” e allora visto che a quello c’hai pensato tu, io ho scritto a vanvera perché non sarei mai stata all’altezza della tua digitazione.
Alla fine sei proprio uno scrittore.

A presto.

G

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