Piscanalisillusioni


Cosa c’entra adesso la mia infanzia? È proprio una fissa di voi psicanalisti eh…
Io non ho nessun trauma, o meglio, non di quelli che pensa lei.
Ho trent’anni ed in due settimane la mia vita si è trasformata in un disastro.
No, le assicuro che questo, con i miei primi anni di vita c’entra ben poco.
Sa com’è, questa città segue un certo ritmo e non puoi perdere il battito.
Ogni azione, ogni reazione dev’essere a tempo.
Se sfori sei fuori, e non ha importanza quanto tu sia in gamba, ricca, celebre, magra, anzi, tanto peggio, più vali e più ci godono nel vederti andare a fondo.
Ora come se la stampa non bastasse ci sono tutti quei cazzo di blog.
Si rende conto? Una non può nemmeno uscire di casa senza trucco, dopo una giornata storta, che due ore dopo, dico due ore dopo si ritrova trecento foto su siti spazzatura con tanto di analisi circa la profondità delle occhiaie. No, dico, assurdo.
Sì sì lo so, non posso farmene un problema, ma infatti lo dicevo così, per farle capire, ormai è una cosa superata… 
No non ne ho molta voglia, perché insiste tanto?
Ma è sicuro che queste tecniche funzionino?
Sì?
Sì, sono là.
A nord.
A casa.
Sì, ho studiato in un collegio cattolico, un istituto molto rigido e no, non ho mai avuto nessun istinto rivoluzionario, faccio sempre il mio dovere e funziona. Le suore, le preghiere, le lingue morte… mi va tutto a genio ed i miei sono contenti.

I miei sono molto amici, o meglio, mio padre è molto amico dei nostri vicini, sì insomma vicini… diciamo confinanti ecco. Mio padre è molto amico della coppia che vive nella villa immersa nel colle accanto al nostro. Anche loro hanno dei figli, una Kat, più grande e quattro maschi, tra cui Sam. Ah, dimenticavo, loro sono atei, o eretici come dice mia madre.
Ogni Natale, quando andiamo a salutarli, mentre le nostre madri si scambiano quei sorrisi d’alta società, sì quelli che mal celano diffidenza tra i biscotti di pasticceria spacciati per fatti in casa ed i nostri padri si cimentano in sempre troppo lunghe partite al biliardo, io sto sul loro divano, ad osservare il loro albero bellissimo e ad ascoltare leggende pagane da Nate, Sam e tutti gli altri Devon. Ma perché le sto raccontando questo?

Le cose sono cambiate, quando mio padre è morto, i rapporti con i Devon si sono allentati molto, io abito lontano ma ogni tanto telefono, in casa c’è sempre la signora Devon che tra l’altro mi ha sempre dato ottimi consigli, ha un certo fiuto per gli affari ed anche in fatto di uomini… 


Ho ventiquattro anni, esco dal cancello di casa e penso che non tornerò più.

Sam. Incrociamo gli sguardi. Già non ci parliamo più. Lo vedo che si accorge che me ne sto andando.

Ho vent’anni, frequento da poco il college, tutta un’altra cosa rispetto al collegio, capisce? Siamo sul marciapiede, dopo un’asta di beneficenza… la neve, lo champagne, la confidenza… Sam mi guarda, ride, io lo bacio, quasi. 
Lui mi dice che sono bella, bellissima, la più bella ragazza che abbia mai visto e che gli piaccio, gli piaccio da sempre ma… ed io lì mi ritraggo come un felino graffiato sul muso… non è così che mi vuole. Sorrido. Prendo un taxi. Torno a casa, faccio le valige ed il giorno dopo prendo il primo volo per venire qua.

Ho ventitré anni, indosso un vestito nero, è il funerale di mio padre. Vedo Sam ma non ci parliamo nemmeno, poi io sono fidanzata con il mio collega, Max, sono già uscite delle foto.

Ho sette anni, stiamo facendo il presepe e mio padre mi racconta una storia, una storia che parla di tutti, la storia del ritorno, che dice che uno fa tutto quello che fa per poi tornare alla partenza, guardare il piccolo sé rimasto lì e fare il punto della situazione… tirare le somme, vedere se è stato all’altezza delle premesse che portava dentro da piccolino.
Ho trent’anni e un mese.
Un Eliee Saab fatto su misura.
Dodici carati di promesse intorno al dito.
Il mondo intero col fiato sospeso.
D’accordo magari il mondo no ma un quarto tutto…
Insomma sono lì, ad una sillaba dal top e…
Il silenzio
Ecco il silenzio non esiste, è fatto di suoni piccoli, impercettibili ed un milione di leggeri sospiri all’unisono, a volte, è il silenzio più spaventoso di sempre.
Quel figlio di puttana, quello stronzo, quell’enorme testa di cazzo di vaffanculo Max sia dannato lui e tutta la sua cazzo di famiglia bigotta del cazzo che cazzo fa?
Non arriva.
N O N A R R I V A.
Arriva la sua segretaria a dire che è dispiaciuto e non verrà, mi si avvicina e mi sussurra che l’anello posso tenerlo, mia madre sgrana gli occhi, sua madre sviene, suo padre per raccoglierla cade e si spacca la testa sullo spigolo di una panca.
Una scena degna di Tarantino.
No non sorrida sa.
Lei non ha idea di cosa significhi trattenere l’inferno dentro solo perché ben strizzato in un tubino da principessa.
Per non parlare del resto.
La moglie di mio fratello, che faccia conto è esattamente il tipo di donna che ogni suocera vorrebbe come nuora,  ha quarant’anni, cucina, ha tre figli, i capelli lisci, parla poco e bene e si fa il segno della croce prima di mangiare… le piace anche che mio fratello la ammanetti all’ebano del baldacchino ma questo è un trauma di cui parleremo poi…

Ho trent’anni, un mese e due settimane ed Emma, mia cognata, m’invita a stare da loro per un po’.
Che poi “da loro” è la villetta nella tenuta dei miei.
Dico sì. Non ci ho nemmeno pensato.
Non le parlo di quelle due settimane antecedenti non perché se ne sia parlato già abbastanza ma perché, fondamentalmente, non me le ricordo, a parte che mi si è rotto il microonde e allora ho riacceso il cellulare, e la prima a chiamare è stata mia cognata.

Taxi, aeroporto, ansiolitico, aeroporto, taxi, casa.
Pago il tassista, scarico da sola la mia valigia e mentre il taxi riparte mi fermo davanti al cancello. 
Guardo le fronde degl’alberi che seguono il tempo lento del vento del nord, i movimenti lunghi delle colline di casa, il vialetto coi sassolini, il freddo ruvido delle inferriate.
Chiudo gli occhi.
Respiro.
Riapro gli occhi su una ciocca di miei capelli e la prima cosa che penso è “cazzo che schifo di doppie punte!”

“Annie?”

Ed io penso che no, non è possibile.

Sam.

Mi sfilo gli occhiali, gli corro in contro, mi apre le braccia e gli do il bacio che dieci anni fa non gli ho dato e dura un attimo. E una vita.


Non mi dice niente, non apro bocca.
Prende la mia roba e con l’altra mano afferra la mia.
Entriamo nella sua auto e andiamo.
Io guardo fuori dal finestrino e le strade sono uguali ma anche cambiate e quel cambiamento mi fa soffocare.
Il silenzio non esiste, no?
Nessuno di noi parlava ma quei piccoli rumori che puoi sentire in un’auto ben progettata sono il più confortevole dei suoni, alle volte.
Arriviamo ad un ristorante, il ristorante italiano di quello chef famoso…come si chiama? Sì insomma mi ha capito…
E qui è buffo, ordina lui per entrambi ed io dico che voglio scegliere da sola, lui ride ed io poi ordino davvero le stesse cose.
Ridiamo tutta la cena e beviamo un rosso incredibile.
Prendiamo anche il dessert, sa da quant’è che non mangiavo un intero dessert?
Insomma finiamo ed io mi macchio col cioccolato e Sam dice al cameriere che mi deve accompagnare in auto per via del vestito e invece scappiamo.
Così.
Senza pagare.
Come gli adolescenti.
Come i cretini.

Ci crede che non mi sono sentita mai tanto in colpa quanto emozionata in tutta la vita?
Nemmeno quando presi le mie statuette.

Lui è single, fa l’architetto, ha Chris un figlio di otto anni, orfano di madre grazie a quel brutto incidente aereo di otto anni fa appunto, ed io, ed io…
Ed io lo amo.

Ecco, adesso la prego, se è un altro di quei giochetti del subconscio con l’ipnosi, dato quanto la pago, non mi svegli. 

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