Altrove

Ho visto l’alba arrivare tra la magnolia e l’abete del mio giardino.
Stanotte non riuscivo a prendere sonno, ad un certo punto mi sono alzata.
Sono andata in cucina, ho aperto la portafinestra, mi sono seduta sugli scalini e mi sono accesa una sigaretta che non so fumare.
Momenti di una qualità estetica degni di Anderson.

In pigiama, coi capelli isterici, lo sguardo verso l’oltre, qualche colpo di tosse e un po’ di freddo.

Non sapevo se sentirmi bella da morire e profondissima o incredibilmente stupida.

Tutte e due, come sempre.

Nel frattempo P, un vecchio gatto che svariati veterinari avevano dato per spacciato in molte più occasioni di quante le sue vite feline gli avrebbero potuto permettere , sbraitava nell’erba vomitando un groviglio di peli.

Stavo pensando a questi giorni in cui sto valutando l’ipotesi di non avere un cuore.
O se proprio devo averlo di averlo messo altrove.
Così altrove da non sentirne nemmeno un’eco lontanissimo, appoggiando l’orecchio per terra, come gli indiani d’america nei film che piacciono tanto a mio babbo.

Alla fine che palle questi sentimenti, che palle questo amore.
Non sono pessimista, non sono ottimista, non sono nemmeno indifferente.
Sono altrove, l’ho detto no?
Altrove.
Ecco.

Mi accendo un’altra sigaretta e mentre decido se far colazione prima delle sette, mi rendo conto che da qui, da questa sconosciuta mattina, da questo altrove dove sono, posso ricordare benissimo le cose state.

E allora ecco.
Questo amore è una roba che a volte ti trovi davanti, come un elefante seduto in un vicolo di paese, che sta tutto dentro una persona, sensibilmente più piccola del suddetto elefante.
E non lo puoi vedere questo elefante, lo puoi solo sentire, anche se non barrisce.
Lo senti quando appoggi il palmo della mano sul palmo della mano di questo qualcuno, o immagini di farlo in certi casi, e quella sensazione lì ti fa credere che potresti rinunciare per sempre all’uso di quella mano, che alla fine puoi fare tutto con la sinistra anche se non sei mancino perché quella mano lì sta bene proprio dove sta. Intrecciata alla mano della persona che si è nascosta l’elefante sotto la maglietta.
E andrà tutto bene, malgrado tutto il resto.

Vada per il latte di soia e vediamo se riesco a farmi un caffè che non sappia di liquirizia.

Se fosse tutto qui sarebbe anche semplice, uno attinge a questo amore che circola di base nel mondo, trova l’elefante e ciao.
Ma il mondo non è un vicolo di paese, è una strada di periferia, dietro la stazione, retro di locali malfamati, e dopo una certa ora non ci arrivano nemmeno più i taxi.
E le persone sono disastrate, piene di schermi, maschere, paure, ferite mal cucite, altre storie, altre esigenze, convinzioni, buchi neri, paranoie, cazzate.
Quindi non sempre se trovi un elefante nel mezzo della strada, puoi fermarti.
E tra il buio, il fumo, lo sguardo basso per evitare di incrociare quei brutti ceffi all’angolo, magari passi accanto al tuo elefante e nemmeno te ne accorgi.
Oppure lo riconosci laggiù, dentro la stazione, dall’altra parte del binario, e dio solo sa quanti nomi ha quella dannata riga gialla.
È un mondo pieno di amori che sarebbero potuti essere, pieno di occasioni perse, di coraggio mancato, di ruoli non compresi e situazioni in stallo.
Un mondo pieno per metà di chi fa un passo verso qualcuno fermo che aspetta o muove il passo verso altrove.

Il mio regno per dei biscotti.
Possibile che i miei facciano colazione coi plumcake? Mai una gioia.

L’alba si è fatta mattina sull’abete e la magnolia, è estate.
La sveglia dei miei ha suonato, questo vuol dire che ho un’altra chance per prendere un caffè che non faccia piegare il viso intorno alla bocca.

Il vento della svolta spinge tutti in qualche luogo.
Se non mi trovi a casa, sono altrove.

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