Rompighiaccio

Nell’arena di valchirie accaldate e outsider con scarpe retró, 
chi non vuole essere visto, salta all’occhio ghiaccio di chi, da dietro il bancone, sa che la tequila in vetro corto non è l’unico shot di cui avresti bisogno.
È così che una ragazza con la luna a 30° si ritrova a stringere una ringhiera in ferro battuto, laccata rossa come quella del letto da bambina, a chiedersi con 60° gradi aggiunti, se il giorno dopo, oltre il cuore le dorranno anche le ginocchia.
Nel dubbio, un altro giro.
Pensi la stessa cosa, la stessa cosa, la stessa cosa.
Saranno mesi che questa cosa, la stessa cosa, ti sta piantanta nel mezzo del cranio.
Lo schiaccianoci, pensi, uno schiaccianoci a misura di casco sarebbe la svolta e una volta sgusciata la noce di angoscia andrà tutto bene, tutto tornerà a posto, tra le camicie stirate in gruccia e le brasiliane in pizzo, piegate nel cassetto che sa di lavanda.
Però un po’ ti piace quel dolore pungente, quel legamento tirato al limite del sopportabile, e allora lo tieni, te ne prendi cura, lo nutri di vecchi ricordi filigranati, svaniti, sbiaditi, mischiati maldestri a sogni mai fatti, desideri taciuti, tremori inespressi di gambe incrociate sotto tavolini d’acciaio freddi di ghiaccio ancora da rompere.
Con un rompighiaccio fatto di ghiaccio il ghiaccio non ce lo rompi ma un cuore lo spappoli come un pugno di fragole troppo mature.
E sai cos’è interessante di un cuore spappolato da un rompighiaccio di ghiaccio? 
Che anche il più tiepido sangue lo riaccompagnerebbe ad essere acqua che non lascia traccia.
È così che ci si sente a volte, dissanguati da un punteruolo che si ha il dubbio sia mai esistito al di fuori del freezer che ti ha lasciato dentro, altrove.

mi grida negl’occhi la tristezza di un gelo che non è il mio.

Ti ripeti ora piena di meraviglia, ora di noia e ad un tono esteriore dici che così va bene e ti piace davvero un casino.
Fumi qualcosa e non sei niente di più di un culo marmoreo dal cuore bucato.
Si confonde il confine di quello che sei per aggrapparsi d’istinto alla mano spietata che ti ha deturpato l’umanità, spaccandoti dentro la fiala d’egoismo che non sai più raccogliere.
Un’eredìtà cieca che si porta dietro chi non vuole essere visto e finisce per non vedere.

È così che gli occhi opalini di un giovane audace si fanno languidi nell’attesa di una telefonata che non arriverà.

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