Bellissima

Sono una ragazza profondamente egoista.

Non penso a te, a come stai, se stai, e con chi.

Penso a me, e allo spaccarsi del cuore ogni volta che parte lo stesso loop di ricordi.

Spettinata, seduta sul letto, sorridi tenera inclinando la testa, col viso familiare, drappeggiato nei segni di un tempo, comunque troppo breve.

Ti do un bacio sulla pelle vetrina della fronte, accidenti hai sempre il naso freddo.

Poi sempre tu, circondata da un raso lilla, in tinta con la tua bellissima camicia di seta, gli occhi chiusissimi, le sopracciglia in una posa poco sincera e la bocca socchiusa, male incollata.

Ti do un bacio sulla pelle vetrina della fronte, non meno fredda del naso.

Cento volte e altre cento sono corsa da te, nel tuo abbraccio, quasi soffocando nel tuo seno enorme, e piangere e ridere era lo stesso.

Conosco tanti aggettivi, dei racconti che ti leggevo, quelli più barocchi, con trame alla harmony, li ascoltavi più volentieri, eppure adesso la mia caratura intellettuale, che devo aver ingoiato insieme a un budino di cioccolata, tanto viscoso quanto sintetico, non mi serve a niente che non sia il rimpallarmi nella stessa parola: bellissima.

Bellissima.

Nonnina mia bellissima.

Bella di ogni storia di guerra vissuta e raccontata, bella di ogni ricetta perfezionata nel tempo, bella di questo affetto intrecciato nel tempo.

Bellissima.

Niente c’entri con l’intonaco scrostato agl’angoli di un ufficio desolato, arredato scarno. Niente con quelle caramelle a liquirizia e menta offerte lì, in un ciotolo di latta, tra un portapenne sponsorizzato a forma di bara e una macchinetta per la carta di credito.

Niente, mia bellissima, niente.

Su questa storia della morte, da brava goticheggiante fanciullina ho letto molto, ma del fatto che si muoia anche di giorno, anche di maggio, anche mentre non sono ancora laureata o incinta o sposata o stipendiata, ecco su questo non ho mai indagato.

Addosso mi rimane il tuo abbraccio da leonessa in un corpo da uccellino e quel sentirmi voluta bene.

Quel preciso sentirmi voluta bene da te, che mi ha fatta sentire, sempre, invincibile.

Il rumore del trapano tascabile col led azzurrino che riflette sul tuo legno, non è la fine di niente se non di una piccola parte del nostro amore grande.

Non ti abbraccerò per fare pace dopo l’ennesima litigata perché, bellissima, in vent’anni di vita condivisa, se c’è una cosa che non hai imparato è a farti i tuoi fatti.

Non mi accarezzerai con le tue mani tenere e ossute e con le stesse mani non terrai stretto il mestolo per rigirare il sugo o rigirarmi il capo.

Non ci sarà più quello spazio di contatto, ma con tatto rimani qui dove sei sempre stata.

Bellissima mia.

Sei sempre voluta essere la migliore, la superiore, la preferita e lo sei stata sempre.

Cerco di essere egoista, ma meno.

Ti immagino così, bellissima, con me, nel nostro posto.

Giovane, con tuo marito.

In cucina, a dispensare per merito, zenzeri nella carrettiera.

Ti immagino così. Come ti sento.

Bellissima

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